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NEI MONTI DELL'ATLANTE

Articoli scritti da:

CARLO FUSILLI -      VINCENZO SAVINO -     SASCHA WAGENSOMMER

 

Foto  Marocco

riassunto

premessa

1998: prima ricognizione sull’Ayachi

1999: ancora sull’Ayachi

2001: finalmente si esplora

2002: l’ultima spedizione

Note geologiche

Regione di Aït Abdallah

Conclusioni

Bibliografia


 

RIASSUNTO:

Nell’articolo si relaziona in merito a quattro spedizioni realizzate in questi ultimi anni in Marocco

da speleologi provenienti in prevalenza dalla Puglia. Le prospezioni sono state condotte

principalmente nella catena montuosa dell’Ayachi (Midelt - Alto Atlante Centrale),

in cui è stato esplorato l’abisso Aïcha (-125 m), e nell’Anti Atlante Occidentale,

dove nei pressi del villaggio di Bougouzoul (Tafraoute), è stata esplorata la grotta Afa N’Bigaderm

(svil. ca. 1 km). Seguono alcune note sulla geologia dei luoghi e sul carsismo della regione di Aït Abdallah.

Il lavoro si conclude con qualche considerazione in merito alle possibilità esplorative delle regioni visitate.


Premessa

Perché mai cercar grotte in Marocco? Chi scrive c'era già stato oltre dieci anni fa per meri motivi turistici rimanendo affascinato dall’originalità dei luoghi e dalle immani catene di montagne calcaree. Sin da allora balenò un proposito: qui bisogna ritornarci! Concluse, nostro malgrado, le campagne speleologiche in Albania, nel ’97 comincia a farsi strada l’idea di organizzare una nuova spedizione all’estero. La scelta cade all’unanimità sul Marocco, incoraggiati in ciò da alcune interessanti letture che parlano di immense aree carsiche ancora poco indagate e di grotte esplorate solo parzialmente. In Marocco si… ma dove? Per una fortunata combinazione la nostra aspirazione assume consistenza durante un'uscita sui Monti Alburni fatta in collaborazione con vari gruppi a fine anno. Sbardy (Sandro Sbardella), dello Speleo Club Roma, dice d'esserci già stato e di conoscere una zona carsica con buone possibilità esplorative. Passano alcuni mesi e, durante un'ennesima escursione sugli Alburni, c'incontriamo con Andrea Benassi (ex Speleo Club Roma) che con cartine e rilievi c'illustra dettagliatamente alcune zone prospettate, le grotte già viste e ciò che resta da fare. Le premesse per realizzare qualcosa di buono ci sono tutte. Il progetto prende corpo, ma il Marocco non è, per così dire, dietro l'angolo: c'è un lungo viaggio da affrontare (escludiamo l'aereo: troppi problemi per il trasporto dei materiali ed il reperimento di un fuoristrada sul posto); necessitano tempo, denaro ed altri speleo disposti a seguirci, così tutto resta nel vago.

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1998: prima ricognizione sull’Ayachi

A fine giugno, decidiamo che il viaggio si farà e stabiliamo di partire ai primi d'agosto. Oltre a Sbardy si unisce a noi Nicola del Gruppo Puglia Grotte di Castellana. Siamo comunque solo in cinque e non possiamo aspirare a grandi risultati. Ad ogni modo anche se il viaggio consiste in una semplice ricognizione, siamo consapevoli che potrebbe rivelarsi utilissimo per organizzare una spedizione più consistente, qualora ne valga la pena. Inoltre, se avremo l'occasione d'imbatterci in qualche grotta interessante, faremo l'impossibile per esplorarla. Arriva così il fatidico giorno della partenza. E' il 5 agosto di un’estate torrida (una delle più calde del secolo a detta dei meteorologi!). Buona parte dei nostri amici ha optato più saggiamente per un campo estivo nelle verdi e fresche faggete dei Monti Alburni e non invidia per niente la nostra scelta.

 


Il viaggio per giungere in Marocco dura tre giorni e si rivela faticoso e stressante quanto basta. Finalmente l’otto agosto siamo a Melilla, caratteristica enclave spagnola in terra d'Africa. La nostra meta iniziale è rappresentata dalle Gole dello Zel Zel, nella parte orientale del massiccio carsico del Rif. Qui intendiamo compiere una breve ricognizione, per valutare le possibilità esplorative della zona. Giunti in loco ci addentriamo nelle gole trovando solo alcune grotte orizzontali che in breve chiudono. Scartata l'ipotesi di continuare le ricerche (anche perché non troviamo nessuno che ci dia segnalazioni interessanti), abbandoniamo il Rif e ci dirigiamo alla volta dello Jebel Ayachi dove intendiamo proseguire l’esplorazione del sistema del Rio Taddaouine. Dopo non pochi tentativi, riusciamo a trovare una pista che conduce al villaggio di Tazrouft. Il luogo è molto caratteristico: sembra quasi d'essere in Galilea. Non esistono auto, energia elettrica e quant'altro possa farci ricordare d'essere alle soglie del terzo millennio: qui si circola esclusivamente a dorso di mulo. A Tazrouft conosciamo alcuni ragazzi disposti ad accompagnarci all'imbocco di grotte che a loro dire sono ancora inesplorate. Il campo base lo montiamo fuori dal villaggio, in un luogo a dir poco stupendo. Abbiamo un fiume a due passi (il Rio Taddauoine), una montagna alta quasi 4.000 metri sulle nostre teste e ci troviamo all'interno di una suggestiva e verdissima vallata. Iniziamo le ricerche speleologiche. La montagna è davvero imponente e spettacolare, con i suoi 3.757 metri lo Jebel Ayachi è una delle cime più elevate della catena dell'Alto Atlante. Il nostro progetto di proseguire l'esplorazione del sistema del Rio Taddaouine per il momento è accantonato: ci sono nuove grotte da esplorare! Purtroppo il primo ingresso al quale ci conduce Omar (la nostra guida) non è altro che un'ulteriore via d'accesso alla grotta del Rio Taddaouine. Visitiamo ancora alcune grottine orizzontali poco interessanti, poi Omar ci propone d'andare a dare un’occhiata ad un pozzo che però è molto distante. In effetti per raggiungerlo occorrono diverse ore di cammino, quasi tutto in fortissima salita. A rendere la scarpinata oltremodo faticosa contribuisce anche il pietrame instabile presente, senza soluzione di continuità, lungo tutto il percorso. Ci siamo! Intanto, come tutti i pomeriggi, il tempo fa le bizze. Piove, o, meglio, diluvia. Battendo i denti per il freddo (siamo in Africa, ma anche a 2.500 metri di quota), attendiamo che Nicola ed Umberto escano dal pozzo per dirci di cosa si tratta. Il cielo è illuminato dal bagliore dei fulmini ed in breve eccoci nuovamente intenti a ripararci dalla pioggia con teli termici e poncho. E' tutto inutile: non sono gocce d'acqua, ma secchiate quelle che scendono dal cielo. Bagnati fradici, vediamo un po' alla volta formarsi un torrentello che precipita nel pozzo d'accesso. Siamo in apprensione per i nostri amici che sono in grotta. Finalmente escono. Buone notizie! La grotta continua e occorrono altre corde. E' necessario, dunque, tornare. Con molta attenzione e prudenza per non creare pericolose frane che ci potrebbero dare qualche dispiacere, dopo molte ore torniamo al campo base, guidati dalla tenue luce dei frontali. L'indomani lo dedichiamo al riposo. Dopo aver deciso di chiamare Aïcha la nostra grotta, redigiamo il diario giornaliero e poi prepariamo con calma il materiale necessario per l'esplorazione che ci attende. Pur ridotto al minimo indispensabile, il nostro carico è eccessivo e purtroppo il percorso d'avvicinamento è così impervio, da impedirci di trasportarlo con l'ausilio degli asini che pure abbondano in zona. Incarichiamo Omar di cercare al villaggio dei ragazzi che possano darci una mano, chiaramente pagando. L'oggetto principale dei nostri discorsi è, ovviamente, la grotta che stiamo esplorando. Quanto sarà profonda? La quota in cui s'apre l'imbocco è notevole, il potenziale carsificabile pure. Se si congiungesse alla sottostante risorgenza del Rio Taddaouine? Vedremo, per ora sono solo fantasie. Qualora la grotta dovesse continuare alla grande dobbiamo pensare ad allestire un campo avanzato. Nei paraggi c'è una caverna abbastanza ampia che potrebbe andare benissimo per le nostre esigenze. Questi ed altri pensieri pervadono la nostra mente e ci riempiono d'aspettative per il giorno successivo. Sabato 15 agosto. Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la nostra grotta. La febbre dell'esplorazione ci fa dimenticare la lunga e faticosa marcia d'avvicinamento. Purtroppo, anche a causa dei pochi ragazzi che Omar è riuscito a trovare al villaggio, il carico che ognuno deve portare è davvero eccessivo. Dopo alcune ore, giungiamo finalmente all'imbocco della grotta e riprendiamo l'esplorazione interrotta due giorni prima. La cavità è scavata nei giunti di strato e ne segue fedelmente la pendenza. Si tratta, in buona sostanza, di una galleria freatica molto inclinata, intervallata da brevi pozzi. A 80 metri di profondità forziamo una frana che precludeva il passaggio. Oltre la strettoia esploriamo altri pozzi, poi una nuova frana chiude definitivamente la grotta a 125 metri di profondità. Risalendo Nicola ed Umberto eseguono il rilievo topografico ed il disarmo, mentre Maria ed io ci occupiamo delle riprese video per il filmato che stiamo realizzando. Rientriamo al campo base nel cuore della notte, dopo una rocambolesca ed estenuante marcia durante la quale smarriamo più volte la strada e ad un certo momento ci troviamo ad arrancare sull’orlo di un pericoloso precipizio, poi incappiamo in una furiosa tempesta di vento che ci costringe a cercare riparo in un'insenatura sotto un costone roccioso. Nei giorni che seguono compiamo alcune ricognizioni nei dintorni del nostro campo, non trovando nulla di rilevante. Omar è disposto ad accompagnarci a nuovi ingressi, ma sono molto lontani ed il tempo a nostra disposizione è ormai terminato.

 

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1999: ancora sull’Ayachi

Primi di agosto. A distanza di un anno siamo nuovamente ai piedi dell’Ayachi con l'intento di proseguire le nostre ricerche. Montiamo il campo base nei pressi del villaggio di Tattiouine, (ca. 10 km a sud della città di Midelt). L'intenzione è quella di perlustrare un nuovo versante della montagna, ma in breve ci accorgiamo che il luogo non offre nient'altro che modesti ripari sottoroccia e miniere. Dopo i deludenti risultati ottenuti nella zona circostante il campo, come da programma, decidiamo di continuare l'esplorazione della risorgenza del rio Taddaouine presso il villaggio di Tazrouft. Scoperta nel 1995 dallo Speleo Club Roma e dal Gruppo Speleologico Grottaferrata, la cavità consta di tre ingressi e si sviluppa su altrettanti livelli sovrapposti, collegati tra loro da alcuni pozzi. Lo sviluppo complessivo è di circa 800 metri, la profondità di 100. L'obiettivo è quello di proseguire il traverso iniziato dai laziali sul lago di Loch Ness, un profondo bacino situato al fondo del sistema. Purtroppo, una volta superatolo, la grotta termina. Lasciato il villaggio di Tattiouine ci dirigiamo verso Mibladene (la “nostra madre terra” in berbero), attraversando una spettacolare gola che offre grandi emozioni. Qui si trova il giacimento minerario di Aouli, dove all’inizio del secolo gli abitanti estraevano il piombo ricco di argento. Verso la metà degli anni ’80 le risorse si sono esaurite ed oggi un po' ovunque sono presenti grossi cumuli di ferramenta arrugginita che contribuiscono ad aumentare il senso di abbandono del luogo. Anche qui tentiamo l'esplorazione di una grotta poiché i locali ci segnalano la presenza di una miniera che ha intercettato una lunga cavità naturale. Ben presto però ci accorgiamo dell'infondatezza di tale affermazione. Vista la situazione geologica sfavorevole, decidiamo di sospendere le ricerche speleologiche in questi luoghi e di raggiungere il Parco Nazionale del Tazzeka, nel nord del Paese, dove sono segnalate moltissime cavità. Prima però ci concediamo una breve parentesi ludica visitando il grande deserto sabbioso del Tafilalt. Lasciato il deserto, dopo un giorno di viaggio, giungiamo nella regione del Tazzeka, ubicata a sud ovest della città Taza. Qui, ai piedi dello Jebel Tazzeka (m 1.980), si estendono alcuni altipiani carsici dove s’aprono vasti polje con inghiottitoi attivi e fossili. Ci accampiamo nelle vicinanze del Gouffre du Friouato, una delle due grotte turistiche (si fa per dire) che s’aprono in zona. Un rapido giro perlustrativo fa subito comprendere l'interesse speleologico del luogo anche se, a differenza dell'Ayachi, la zona è più battuta dagli speleologi. L'indomani andiamo ad esplorare una cavità dal cui stretto imbocco proviene una violentissima corrente d'aria. Alla base del salto iniziale percorriamo un breve meandro che chiude in frana. Verosimilmente oltre il tratto ostruito c'è qualcosa di enorme, ma il lavoro da fare per un'eventuale disostruzione è troppo arduo. L'ultimo giorno lo dedichiamo alla visita del Gouffre du Friouato. La cavità, che presenta uno sviluppo complessivo di 1.730 metri ed una profondità di 271, ha inizio con un grandioso P. 160. Giunti al fondo della voragine, attraversiamo una zona costituita da ambienti di dimensioni piuttosto anguste, poi, all'improvviso, la grotta torna ad essere ampia ed inizia una lunga galleria suborizzontale, a tratti molto concrezionata. Dopo alcune ore, giungiamo in un tratto più stretto denominato "la dama bianca". Questa ramo conduce al primo dei due sifoni oltre i quali speleologi inglesi hanno trovato la strada per congiungere la cavità con la vicina Grotta del Chicher, un altro importante sistema sotterraneo lungo 2.862 metri e profondo circa 150. La nostra spedizione termina qui, ma la voglia di tornare in Marocco per nuove avventure rimane.

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2001: finalmente si esplora

Questa terza spedizione nasce con lo scopo di proseguire le prospezioni speleologiche nell’immenso sistema montuoso dello Jebel Ayachi (che ormai conosciamo un po’ di più) e di realizzare una prima ricognizione nelle lontane regioni presahariane dell'Anti Atlante occidentale. Il primo obiettivo è quello di compiere ricerche biospeleologiche nella grotta del Rio Taddouine che abbiamo già visitato nella spedizione del ’99. Nella vasta galleria situata al fondo del sistema rinveniamo interessanti specie troglobie (miriapodi e insetti atterigoti, depigmentati e ciechi), ma non troviamo i crostacei visti durante la precedente spedizione. Nei giorni che seguono perlustriamo la parte alta del massiccio dove, a non molta distanza dall’abisso Aïcha, le guide ci segnalano la presenza di una nuova grotta che, purtroppo, si rivela insignificante. Il 15 agosto, come da programma, abbandoniamo le montagne dell'Ayachi e ci trasferiamo ad Erfoud, importante località fossilifera situata all'inizio del Sahara occidentale. Dopo una breve parentesi dedicata alla paleontologia, iniziamo il nostro viaggio d'avvicinamento all'Anti Atlante, un'immensa e spettacolare catena montuosa, costituita da rocce antichissime appartenenti ai periodi Cambriano e Precambriano. Giungiamo a Tazenacht, città dove si producono i migliori tappeti del Paese, quindi superata Taliouine deviamo verso sud ovest, dirigendoci nel cuore del massiccio. La strada che percorriamo attraversa vertiginosi contrafforti rocciosi, aride vallate e suggestive gole color rosso ruggine che danno l’impressione d’essere nelle Montagne Rocciose. Sporadicamente incontriamo piccoli villaggi berberi con povere case fatte d'argilla, paglia e pietre. Tra scisti, quarziti, arenarie e graniti sembrano naufragare le nostre speranze di trovar grotte in questi luoghi. Poi finalmente incontriamo le vastissime distese di rocce carbonatiche riportate dalle nostre approssimative carte geologiche. Giungiamo infine a Tafraoute, città ubicata in uno spettacolare circo di graniti rosati e circondata da ciclopici blocchi rocciosi di forma arrotondata. Da questo luogo, che con i suoi palmeti emana un particolare fascino esotico, percorriamo a ritroso la strada fatta e, tornati sui calcari, ci accampiamo nei pressi di un piccolo villaggio nelle cui vicinanze ci viene segnalata la presenza di alcune cavità. Qui esploriamo la grotta Afa N’Bigaderm, che si rivela davvero molto interessante e ci ripaga dello stress e dei disagi dovuti al lungo viaggio. Ci addentriamo in questa cavità per oltre mezzo chilometro, incontrando ambienti riccamente concrezionati e molto coreografici. Tra foto, riprese video e rilevamenti topografici, le ore volano. Purtroppo non c'è tempo sufficiente per esplorarla seriamente (…come al solito, le scoperte migliori si fanno alla fine del campo!). Siamo a due passi dal Sahara e dobbiamo urgentemente intraprendere il lungo viaggio di ritorno.

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2002: l’ultima spedizione

A partire il 14 luglio siamo in sette, su tre fuoristrada attrezzati di tutto punto. La prima settimana la dedichiamo alla visita di alcuni siti, situati nei pressi delle città di Beni Mellal e Demnate, noti per la rilevante presenza d’impronte di dinosauri. Chiusa la parentesi paleontologica, riprendiamo il nostro viaggio verso il grande sud. Poco prima di Tafraoute abbandoniamo l’asfalto imboccando la pista che conduce al villaggio di Bougouzoul, nei cui pressi montiamo il nostro campo base. Il primo obiettivo è ovviamente quello di continuare l’esplorazione della grotta Afa N’Bigaderm. La cavità si sviluppa su interstrato dentro un pacco di banchi di marmo, che all’esterno si presentano di colore variabile dal bianco candido al rosato e che si trovano intercalati ad una successione in prevalenza siliciclastica, moderatamente metamorfizzata. Una serie di brevi pozzi a cinquanta metri di profondità conducono in un reticolo di condotte suborizzontali, in alcuni tratti riccamente concrezionate. Il sistema presenta morfologie che evidenziano un’evoluzione avvenuta in regime freatico, quando le condizioni climatiche erano assai meno aride delle attuali. Con uno sviluppo complessivo di circa un chilometro, la grotta si rivela come una delle più vaste tra quelle presenti nella catena dell’Anti Atlante. Conclusa quest’esplorazione, ci rechiamo nei vicini villaggi alla ricerca d’informazioni sull’esistenza di nuove cavità da visitare. Le prospezioni si rivelano alquanto difficili e problematiche, sia per le difficoltà dovute al comunicare con i locali (spesso parlano solo un incomprensibile dialetto berbero), sia per le lunghe marce d’avvicinamento agli imbocchi delle grotte, molto faticose e impegnative anche per la considerevole quantità di materiale da trasportare. Il caldo è notevole e noi sappiamo che i serpenti in queste zone amano rifugiarsi nei freschi imbocchi delle grotte da cui escono col sopraggiungere della notte. Questa consapevolezza rende sempre poco rassicuranti le nostre esplorazioni sotterranee. In realtà, nonostante la presenza in zona del velenosissimo cobra nero, il vero problema è rappresentato dai grossi scorpioni locali che tutte le sere vengono a farci visita al campo. A differenza dello scorso anno abbiamo molto tempo a disposizione, quindi a prezzo di notevoli sforzi proseguiamo con grande determinazione le ricerche rinvenendo nuove grotte e ampliando le nostre cognizioni sul carsismo della regione. Agli inizi di agosto lasciamo Bougouzoul e proseguiamo il viaggio verso sud, per compiere una perlustrazione in zone che non abbiamo ancora visitato. Percorriamo circa 500 km all’interno del Sahara Occidentale, ex-colonia spagnola la cui indipendenza è tuttora reclamata dagli irredentisti del Fronte Polisario. Lungo la transahariana c’è una forte presenza di militari e spesso veniamo fermati per un minuzioso controllo dei documenti. Incontriamo anche qualche veicolo dell’ONU che ha stanziato un contingente a Smara, piccolo centro storico e religioso, che dista appena 80 chilometri dalla Mauritania. Da Smara ci dirigiamo verso la costa atlantica, attraversando 250 chilometri di totale deserto. Superata la città di Laayoune e le distese di dune situate a nord di quest’ultima, raggiungiamo l’Atlantico presso la città portuale di Tarfaya, e risaliamo la costa verso nord, arrivando ad Agadir. Alcuni giorni dopo rientriamo nella nostra opulenta Europa, con un pizzico di rimpianto per aver lasciato alle nostre spalle l’incantesimo dei solenni silenzi e delle magiche atmosfere vissute in quei luoghi primordiali, tra quella gente semplice e ospitale.

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Note geologiche

Jebel Ayachi

La grotta del Rio Taddauoine si apre all’interno di un pacco di rocce calcaree facenti parte di una successione sedimentaria depositatasi durante il Giurassico inferiore in un ambiente di mare aperto. Tale successione, affiorante in tutto il massiccio dello Jebel Ayachi, è costituita prevalentemente da un’alternanza di argille e di calcari scuri, che si presentano in banchi di spessore variabile da pochi centimetri fino ad un metro ed oltre. I processi orogenetici che hanno portato al sollevamento della catena dell’Atlante, hanno inclinato gli strati fino a renderli prossimi alla posizione verticale. Laddove le argille, notevolmente più morbide, prevalgono sui calcari, l’erosione ha scavato profonde valli con direzione NE-SO, parallele all’andamento degli strati e separate dalle creste montagnose dello Jebel Ayachi, Jebel Maoutfoud e Jebel Afadai, che superano abbondantemente i 3000 metri, per raggiungere i 3.757 nella vetta più alta dello Jebel Ayachi. Tali valli costituiscono le naturali vie d’accesso per l’insediamento umano, cosa che si rispecchia nella disposizione dei villaggi, che risultano effettivamente allineati secondo una direzione NE-SW, seguendo l’andamento delle valli. Le montagne stesse corrispondono grossolanamente alle fasce di affioramento dei calcari, notevolmente più duri delle argille e quindi più resistenti all’erosione. Il colore scuro, quasi nero di questi calcari è quasi certamente riconducibile alla presenza di minute particelle di pirite, minerale che, ossidandosi, è nel contempo responsabile anche della colorazione rossastra che i calcari assumono sulle superfici esposte agli agenti atmosferici, e che da lontano appare come il colore predominante dell’intero massiccio montuoso. Il fenomeno carsico ipogeo si manifesta, oltre che nella grotta del Rio Taddaouine, anche in numerose cavità di piccole dimensioni, ad andamento grossolanamente orizzontale, che spesso fungono da riparo per le capre. Tuttavia, nessuna di queste cavità sembra avere uno sviluppo che possa essere di qualche interesse speleologico.

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Regione di Aït Abdallah

Se il contesto geologico in cui si colloca la grotta del rio Taddaouine appare abbastanza chiaro, non si può dire lo stesso per la grotta Afa N’Bigaderm. I dati pubblicati sulla geologia dell’Anti Atlante scarseggiano, e la situazione geologica è senz’altro troppo complessa per poter essere studiata anche solo sommariamente nel breve tempo da noi dedicato all’indagine sul campo.

Appare subito evidente che nella regione a nord della città di Tafraoute affiorano litologie molto differenti e non sempre favorevoli alla speleogenesi. Tafraoute stessa sorge su un complesso granitico, mentre lungo la strada che da questa città conduce a Taliouine s’incontrano imponenti successioni sedimentarie più o meno metamorfizzate, in prevalenza siliciclastiche, ma anche, localmente, carbonatiche. Gli strati sono fortemente piegati, e spesso le pieghe tettoniche (sinclinali ed anticlinali), evidenziate dall’assenza di vegetazione e dal diverso colore degli strati che le costituiscono, creano disegni fantastici sul fianco delle montagne. L’intera area appare completamente priva di fossili, ragion per cui è impossibile effettuare una datazione delle rocce sul campo. L’unica eccezione è rappresentata da alcune stromatoliti sferoidali osservate nei dintorni del villaggio di Tidasse, il cui valore stratigrafico è però praticamente nullo, dal momento che le stromatoliti, prodotti del metabolismo dei cianobatteri, compaiono per la prima volta oltre due miliardi e mezzo di anni fa, in piena era precambriana, e sono tuttora esistenti. La mancanza di fossili potrebbe essere dovuta semplicemente ai processi tettonici ed al grado di metamorfosi delle rocce, che potrebbero aver cancellato i resti degli organismi che, forse, erano in origine contenuti in esse; ma potrebbe anche trattarsi di un dato genuino, visto che le approssimative (ed anche parecchio obsolete) carte geologiche che siamo stati in grado di reperire, indicano per l’Anti Atlante occidentale una vasta diffusione di sedimenti di età precambriana.

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Considerazioni sul carsismo della regione di Aït Abdallah

Per quanto non eccezionale, l’Afa N’Bigaderm con un chilometro circa di sviluppo rimane una delle maggiori grotte della regione a nord di Tafraoute. I locali ci hanno segnalato tutta una serie di cavità minori, che in genere non superano i venti o trenta metri di sviluppo. Ciò che colpisce di tutte le grotte visitate, è che si tratta evidentemente dei relitti di antichi sistemi carsici un tempo molto più estesi. Questa ipotesi è avvalorata da alcune semplici osservazioni. L’ingresso delle grotte si trova in genere molto in alto, quasi in vetta alla montagna, in punti in cui con la topografia attuale è impossibile immaginarsi che possano raccogliere le acque piovane. Una grotta in particolare ci ha fornito dati interessanti per la storia del carsismo nell’area studiata. Si tratta di una piccola cavità, profonda una ventina di metri, che abbiamo raggiunto dopo un’estenuante marcia sotto un sole inclemente. La grotta appare talmente insignificante, che neppure i locali le hanno dato un nome, e gli appellativi che le abbiamo attribuito noi dopo aver sudato “invano” nei suoi afosi e franosi cunicoli, sono troppo sconci per poter essere qui riportati. Ci limiteremo a darne le coordinate geografiche: 29°52'21"N / 8°47'02"W. L’ingresso, un piccolo buco del diametro di circa un metro, si apre a 1.585 metri di quota, quasi in vetta. Ebbene, all’interno del pozzetto iniziale abbiamo riscontrato una breccia formata da materiale di crollo, molto litificata, che continua anche all’esterno della grotta, dov’è visibile tutt’intorno all’ingresso. Trattandosi di materiale che deve necessariamente essere franato dall’alto, si può ipotizzare che la grotta attuale sia solo la porzione inferiore di un’antica cavità, la cui parte alta è stata asportata dall’erosione.

A parte l’Afa N’Bigaderm, nessuna delle grotte visitate contiene acqua, neppure di stillicidio. Siamo di fronte ad un carsismo molto antico, inattivo ormai da tempo. Ma da quanto tempo? Ovviamente non si possono che avanzare delle congetture. È noto che la regione sahariana era notevolmente meno secca durante le glaciazioni del Quaternario, l’ultima delle quali è terminata circa diecimila anni fa. È verosimile che in presenza di un clima più umido, come era quello del tardo Pleistocene, i processi d’erosione carsica fossero attivi nell’Anti Atlante. Con la fine delle glaciazioni in Europa e la conseguente desertificazione del Nord Africa, le grotte dell’Anti Atlante hanno cominciato a riempirsi di materiali di crollo e di detriti provenienti dall’esterno. Sicuramente, buona parte delle cavità un tempo esistenti sono andate perdute in questo modo. Anche l’Afa N’Bigaderm va incontro a tale destino: alla base del pozzo iniziale c’è un accumulo di materiale di crollo, che rende molto angusto il passaggio che conduce nella galleria principale della grotta. È facile ipotizzare che in un futuro non troppo lontano tale passaggio potrà chiudersi completamente, impedendo l’accesso alla galleria seguente. Di circa un chilometro di grotta, allora, non resterà altro che un breve pozzo di una cinquantina di metri chiuso da una frana.

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Conclusioni

Dopo quattro spedizioni durate circa un mese ciascuna, la nostra idea sulle potenzialità speleologiche dei luoghi visitati ce la siamo fatta. Parliamo innanzitutto della catena dell’Ayachi. A nostro avviso nonostante il notevole potenziale carsificabile e l’ubicazione del livello di base, la situazione geologico-strutturale del luogo rende poco probabile l’esistenza di cavità profonde o estese (in effetti, malgrado le ricerche compiute in loco, sinora sono state esplorate solo due cavità degne di nota). I locali ci hanno indicato imbocchi a dieci ore di cammino dal villaggio di Tazrouft, il che vuol dire che se anche qualcosa d’interessante esiste, diventa indispensabile pensare ad un campo avanzato, con tutti i problemi logistici conseguenti (in primis la mancanza d’acqua). Ad ogni modo queste segnalazioni sono da prendere con le pinze, poiché il più delle più volte, allo scopo di ottenere una piccola retribuzione, le improvvisate guide locali s’inventano grotte inesistenti o tutt’al più insignificanti ripari sotto roccia. Nell’Anti Atlante (regione di Aït Abdallah) le cose sono andate decisamente meglio. Qui abbiamo esplorato diverse cavità, tra cui citata la grotta Afa N’Bigaderm che si sviluppa per circa un chilometro. Come nella regione di Midelt, abbondano le miniere e gli abitanti del luogo, con i quali non è facile intendersi per via della lingua, raramente colgono la differenza che esiste tra una cavità naturale ed una artificiale. Ad ogni modo, se si riesce a sopportare il caldo e le estenuanti marce d’avvicinamento agli imbocchi, andando in giro tra quelle montagne infuocate di grotte se ne trovano e nulla esclude che insistendo si possa incappare in quella giusta. Infine, non ci si illuda di essere in terra di nessuno. In diverse cavità abbiamo rinvenuto tracce di precedenti esplorazioni che i locali attribuiscono a speleologi venuti dall’estero. Inoltre, a circa 200 chilometri da queste zone presahariane c’è Agadir dove risiede uno dei gruppi speleologici più attivi del Marocco.

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Bibliografia

Benassi A. (1996): Marocco ’95 – Jebel Ayachi (Alto Atlante Centrale), notiziario dello Speleo Club Roma, n. 12, pp. 92-94.

Crisetti M. (1998): Quei giorni in Marocco, Speleologia Dauna, bollettino del G. S. Dauno Foggia, n. 2, pp. 12-27.

Dambrosi S. (1982): Spedizione SSI Marocco ’82, SPELEOLOGIA, rivista della Società Speleologica Italiana, n. 8, pp. 24-25.

Fusilli C. (1998): Jebel Ayachi ’98, Speleologia Dauna, bollettino del G. S. Dauno Foggia, n. 2, pp. 7-11.

Fusilli C. (1999): Marocco – Jebel Ayachi ’98, SPELEOLOGIA, rivista della Società Speleologica Italiana, n. 40, pag. 92.

Fusilli C., Antonaci A. (2002): Marocco ’99, Atti del 5° Incontro Regionale della Speleologia Pugliese, pp. 143-145.

Olivetti V. (1996): Marocco ’96, notiziario dello Speleo Club Roma, n. 12, pp. 94-96.

Hanno partecipato in tempi diversi alle varie spedizioni:

Vincenzo Cafaro, Vincenzino Cafaro, Leonardo di Maggio, Aldo Fini, Michele Lo Mele, Rossella Melchionda, Michele Pompilio, Costanzo Savino, Vincenzo Savino, Rosa Scarale, Gino Stefanicchio, Sascha Wagensommer (Speleo Club Sperone – San Giovanni Rotondo, Fg)

Arcadio Antonaci, Giorgina Marsano (Gruppo Speleologico Neretino onlus – Nardò, Le)

Sandro Sbardella (Speleo Club Roma)

Giuseppe La Torre (Gruppo Ricerche Speleologiche Mattinata, Fg)

Nicola Lasaracina (Gruppo Puglia Grotte onlus, Castellana Grotte, Ba)

Enzo Pascali (Gruppo Speleologico Martinese onlus)

Maria Crisetti, Carlo Fusilli, Umberto Tannoia (Gruppo Speleologico Dauno onlus, Foggia)

Si ringraziano Mauro Chiesi e la Società Speleologica Italiana per il patrocinio concesso.

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